martedì 21 maggio 2013

Risparmiare dollari

Being an expat significa, tra le varie cose, rinunciare a quei piccoli vizi che si avevano in Italia. Quando vivevo sola sapevo come far quadrare il mio magro bilancio. Dal momento che come e' noto, chi vive solo si scoccia di cucinare chissa' che e mangia pane e mortadella, il taglio delle spese alimentari mi permetteva di andare dall'estetista, dal parrucchiere o a comprarmi una magliettina o una borsa una a settimana tantum.
Non ho mai amato cose di marca, non me ne e' mai importato nulla, ma riuscivo sempre a trovare borse molto carine, di pura plastica (noooo la chiamano ecopelle per la gioia dei vegetariani), ad un prezzo adeguato per la loro qualita', intorno ai 20 euro. Accadeva spesso poi che approfittassi delle svendite per trovarne sui 5-10 euro. E lo stesso valeva per le scarpe. Ricordo ancora un acchiappo di grande soddisfazione, un paio di stivali bellissimi, ultimo numero il mio, a 7 euro.
Per non parlare di abbigliamento. Ho sempre comprato in negozi economici tipo Pimkie, Camaieu, H&M e a volte Zara (hmmmm troppo basic per i miei gusti) e sempre sullo stesso budget mi toglievo dei piccoli sfizi. Poco prima di partire, un cappotto nero in saldo a 20 euro.
Poi mi sono trasferita qui.
La prima volta che sono entrata da Ross mi sembrava di essere da Mas, i romani lo conoscono, un magazzino iperpopolare dove trovi roba di scarsa qualita' ad un prezzo corrispondente. Invece ho dovuto ricredermi. Questa catena e' tipo un outlet, vendono merce della passata stagione o pezzi unici rimasti invenduti, e porti via roba firmata a pochissimo, non solo abbigliamento uomodonnabambino ma anche articoli per la casa. Per avere un'idea, che qui questi marchi te li tirano dietro, scarpe e borse Guess, Calvin Klein e Tommy Hilfiger a venti dollari. Anche meno. Ma devi trovare il tuo numero, o che sia di tuo gusto, perche' solitamente quelle che costano poco sono le cose che trovi a decine sullo scaffale, e insomma, non e' che siano belle se stanno tutte la'.
In alternativa ci sono, da Ross e altrove, abiti e accessori anonimi. Che costano un pacco di soldi. La stessa borsa in pura plastica puzzona che in Italia pagavo 8 euro, qui sta a 98 dollari. Un furto senza passamontagna. E la maggior parte delle cose sono brutte da mori'. Quando vado per vetrine (window shopping, come lo chiamano qui), le sole borse che richiamano la mia attenzione sono di pelle e italiane, e costano sui 300$ in saldo. Ho l'occhio fino, insomma.
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L'abbigliamento poi e' una mezza tragedia. Taglie a parte, e forme a parte, che qui e' tutto al contrario, se voglio comprare un pantalone, trovo solo jeans o tipo khakis. Niente altro. Tutte cose sformate, di taglio maschile, per altro corte alla caviglia, per me che viaggio sul metroeottanta pare di essere tornati ai tempi dei paninari. Le magliettine sono tristissime, colori smorti, taglio informe, insomma, su cento guardate ne trovo una carina. Ma di abitini, quanti ne vuoi. File e file di abiti al ginocchio, longuette, alla caviglia, mini, fascianti, larghissimi, di qualsiasi fantasia e colore, tantissimi, a pochissimo prezzo. Ci si sbizzarrisce a guardare e a provare. E negli stessi negozi si trovano abiti da cerimonia, da cocktail o anche per le damigelle, sui 50$. Roba molto molto carina. Ma non e' nel mio stile indossare abitini, e comunque ho il culo troppo grosso non mi piace mai come mi stanno.
In generale il concetto di gusto che abbiamo in Italia non ha un corrispettivo, qui. A mio parere nemmeno alzando la soglia di prezzo. Una cosa che mi stupisce sempre, oltre alle borse, e' la gioielleria. Ma brutta brutta brutta, eh. Roba pesante, pacchiana, grossa, davvero inguardabile a prezzi inaccettabili. Poi ti credo che vengono da noi e fanno razzia.
Il giorno in cui ci siamo sposati siamo andati a cercare le fedi. Dalla mia precedente esperienza in Italia, matrimonio 1.0, ricordavo fedi senza marca, di oro giallo, sui 90 euro. D'accordo che era il 2004 e che il prezzo del prezioso metallo sara' cambiato, ma insomma, per una anonima fede di oro bianco ci hanno chiesto 200$. Se le so' tenute, ovviamente, e siamo ancora senza. E per avere un'idea di quanto la gioielleria sia lontana dai nostri gusti, anelli Cartier a parte, potete dare un'occhiata qui. In America costa tanto anche la bigiotteria, una cosa inaudita.
Quindi insomma, vi starete chiedendo, ma alla fine come si fa a risparmiare dollari?
Semplice. Non si compra.

domenica 19 maggio 2013

Il meglio della settimana #46

Buona domenica! La mia scelta per questa settimana:

La felicita' per Espatrio Isterico e quella di Baby.
La soluzione e' in cammino per Cappuccino e Baguette.
Biancume sta cambiando.
Emy vuole un e-reader.
Silvia in Chiapas, parte quarta.
L'amica mitomane di Verba.
L'amico fiducioso di Nonsisamai.
Baby, Tecnico e il pupo in cantiere.
Marzia e la ME generation, ma qual e'?
Incorporella e l'omofobia.
Laura e le mamme straniere.
Le relazioni internazionali per Alessandra e per La Cocchi.
Indipendenze a confronto per Ma che davvero??
Pezzo di Cuore non ha piu' parole per gli altri.
Klarissa e le mamme con figli maneschi.
Silvia e il tempo da non perdere.
Jenisha e nonno Angelo.
Sandra da' una speranza ad una bimba Bielorussa.
Un'incredibile storia a lieto fine da Antonella Vi'.
E ricordatevi che I bambini ascoltano anche quando dormono, di Elena Jane.

Il meglio della settimana e' un'idea di Laura, a cui partecipa anche Mammola.

sabato 18 maggio 2013

Deitalianizzarsi

Il bel post di Laura tocca una corda per me importante, di cui mi ero gia' stupita a suo tempo. E ne parlavo proprio due giorni fa con My, perche' avevamo visto alcune differenze. In un ufficio, una mamma latina giovanissima, tipo vent'anni, forse nemmeno. Con lei una bimba iperattiva di tre o quattro che non e' stata ferma un secondo, su e giu' dalle sedie, acchiappava fogli, saliva sulle poltroncine davanti allo sportello, e quando la mamma (sfinita) l'ha presa in braccio prima ha iniziato a fare l'altalena, poi ha iniziato a piangere. Dopo poco arriva il papa' col fratello maggiore (si', mi sono chiesta anche io a che eta' fossero diventati genitori questi qui), la prende e con una tranquillita' estrema e capisce che basta intrattenerla: da' alla piccola da' il pupazzo che il grande si era portato dietro, a lui apre Pandora dal cellulare e gli fa ascoltare della musica in cuffia.
So che qui la mia italianita' passa abbastanza sotto silenzio, data la marmaglia che affolla questa citta'. Ma io vorrei tanto essere come quelle mamme di cui parla Laura, tranquilli, a cui basta una parola per far si' che il proprio figlio ascolti. E non vi immaginate i soldatini, ma lo sapete anche voi cosa sono i bambini italiani. Sono famosi in tutta Europa per la loro maleducaz vivacita', basta andare in vacanza all'estero con prole per farsi additare Oh, Italians... cosi' come le spiagge nostrane sono un incubo, tra urla materne e figliesche, palle che volano addosso a tutti, sabbia tirata negli occhi. E come Laura dice, c'e' chi non si avventura a mangiar fuori o a far la spesa coi bimbi, proprio perche' ingestibili. Ho sempre pensato che questa scelta non faccia altro che non dare occasioni ai figli per apprendere un comportamento adeguato. Ma non avevo figli. Pero' ricordo le mie scorribande ai ristoranti.
Sconto per i bambini educati al ristorante.
Cosi' come mi rendo conto, da quando sono qui, che il mio tono di voce e' dieci decibel sopra quello degli anglosassoni. Quando io e My andiamo a far la spesa o in giro per negozi noto che tutti ci guardano, proprio perche' magari comunichiamo a metri di distanza alzando la voce; o in questi giorni che laPicci si diverte a ruggire gorgheggiare tendo a imitarla per ridere, ma mi accorgo che urlo proprio.
Ecco, vivere all'estero significa anche questo, no?, spogliarsi delle proprie cattive abitudini romane tipo guidare spericolati, gettare carte a terra (mai fatto, ma vedere tutto pulito contribuisce a tenertela in borsa), dare la precedenza ai pedoni, e anche urlare.
Mi piacerebbe sapere come si fa a diventare un genitore autorevole. Ci sono delle cose che mi piacciono dell'essere genitori in questa cultura. Una e' il mettere a letto presto i bambini: qui alle 8 sono a nanna. Ne ha parlato tempo fa anche Marica, non riesco a trovare il post, in occasione del suo viaggio in Italia lo scorso anno con LittleD, e ne ha parlato Ma Che Davvero proprio due giorni fa. Ma sono a nanna alle 8 solo quelli biondi e bianchi, per l'appunto; gli altri, molesti, si aggirano nei supermercati con facce da zombie anche alle 22. E a me piace quando metto a letto laPicci, ok, ha sei mesi, e ho due ore per me, per staccare la testa. Vorrei continuare a farlo anche dopo.
Insomma, qualcuno che conosce la cultura nordica (scandinava, nordeuropea, canadese, nordamericana, fate vobis) o che in Italia e' una mosca bianca, mi da' lumi?

giovedì 16 maggio 2013

La giraffa di Mordillo

Avevo sedici anni e zero voglia di studiare. Gia' detto, che facevo sempre sega a andavo al Malpighi's Beach. Tiro a campare per quattro anni, sempre rimandata (no, in quarto no) e finalmente arriva l'anno della maturita'. Avevo preso la patente l'agosto precedente, come anche qualche altro compagno diciottenne in primavera come me, e siccome le care vecchie abitudini non si perdono, se faccio sega stavolta si va alla beach vera, a Fregene. Tanto le giustificazioni ormai me le firmo da sola.
Si ha diciottanni, la patente, il libretto delle giustificazioni, il diritto di voto, ma a volte la testa resta quella di un'imbecille dodicenne.
Abbiamo un'infiltrazione nella nostra classe e ci spostano in quella che subito ribattezzato aula a banana, grazie alla sua forma curva. Un giorno, complice l'assenza di un professore, ci muniamo di uniposca e iniziamo a imbrattare disegnare l'aula. Io mi applico al mio banco, altri compagni direttamente ai muri.
Disegno questo

da qui
enorme, per tutta la lunghezza del banco. Che poi era il mio soprannome.
Il bidello non la prende tanto bene, e con lui poi i professori. Morale: ci intimano di cancellare tutto, pena una sospensione. E si' che ero gia' stata sospesa con obbligo di frequenza, in quarto, non mi ricordo perche', con altri compagni, tanto che ci tolsero le gite (scoprii da grande che e' il modo che la scuola usa per far quadrareil bilancio). Cosi' dopo qualche giorno, una volta rientrati nella nostra classe, ci mettono in mano uno straccio e l'alcool. Qualche compagno troppo raffinato si rifiuta di sporcarsi le mani, io e pochi altri ci assumiamo le nostre responsabilita' e felici di saltare l'ennesima lezione andiamo a strofinare via bene i muri.
Il mio banco resiste, pero'.
Me lo ero trasportato fiera dall'aula a banana alla mia classe. Dove, pure essendo al primo banco, nessun professore aveva obiettato nulla. Forse perche' la mia Smemo colorata e alta cinque dita impediva la visuale. Vi state chiedendo perche' fossi al primo banco?
Il primo giorno di scuola del terzo anno ci trasferirono in centrale. Siccome avevo estrema voglia di iniziare l'anno, aspettai il suono della seconda campanella delle 8.30 per fare il mio ingresso trionfale in classe. Grandissimo errore. Trovai tutti i banchi occupati e, unico libero, il primo della fila centrale, il piu' sfigato. Sedetti li' con la mia amica Lisa, ma il giorno dopo, volpi, spostammo il nostro banco dietro l'ultimo, sempre in fila centrale. Il terzo giorno i compagni con facce truci ci fecero ritrovare il banco davanti e ciao, e' giusto, li' restammo rassegnate per tre anni.
Dicevo.
Non sono mai stata una di quelle che fingeva di essere afona per non essere interrogata. O che le era morto il nonno. O che, per di piu', si faceva furba e faceva domande fingendo di mostrarsi interessata. Io vegetavo al primo banco, scrivendo sulla Smemo - che poi leggevano tutti, poi dici com'e' che scrivi gli affari tuoi sul blog?, ecco qua - sognando Alessandro e poi Giuseppe e Maurizio e Andrea e altri mille che cambiavano ogni due giorni, studiando il minimo indispensabile.
Poi un giorno ci cambiarono i banchi.
E la mia giraffina giacque per mesi dietro il Malpighi's Beach, al confine col Ceccherelli, insieme ad altri banchi e calcinacci che dovevano essere smaltiti ma rimasero li' abbandonati.
Non ci fu mai nessuno che mi fece riflettere sul fatto che avevo danneggiato un bene comune. Cosa che invece avrei cercato sempre di fare da adulta quando, lavorando a scuola, mi trovavo a che fare con altri vandali imbrattatori. Nessun adulto che mi fece riflettere sul fatto che le tasse che ai miei genitori venivano detratte in busta paga contribuivano al decoro scolastico. Cosi' come pure agli autobus e agli ospedali, ma li' non ho mai scritto niente, vabbe'. E che se non ci avessi dato di olio di gomito, una parte dei soldi dei miei genitori sarebbero stati spesi non per riparare l'infiltrazione, per dire, ma per riverniciare una scritta cretina dal muro. Coccio non vuole cedere i doppioni di Beruattu e Cuccureddu.
Devo avere ancora la foto da qualche parte.
Quando un adolescente si rende conto che il mondo non finisce dietro la sua schiena, e che le sue azioni hanno un'effetto sugli altri e sulla collettivita', si cresce. Sempre.

lunedì 13 maggio 2013

Nessun egoismo

Non sono d'accordo. Non siete voi a dovervi chiedere se il vostro e' egoismo. Vi conosco solo virtualmente, eppure mi resta davvero difficile trovarmi d'accordo sul termine e definirvi tali. Un figlio non nasce solo perche' una coppia si ama tanto. Se cosi' fosse, probabilmente, non ci sarebbe motivo di mettere al mondo un figlio. Ma c'e' un motivo per mettere al mondo un figlio?
E perche' gli egoisti dovrebbero essere solo quelli che ricorrono alla fecondazione assistita, o i gay? Non lo sono quelli che fanno un figlio per salvare il matrimonio? Quelli il cui primogenito e' morto o gravemente malato? Quelli che adottano, quelle che temono la vecchiaia e il nido vuoto, quelli che e' il volere di Dio, quelli che stiamo insieme da quindici anni, quelli che resto incinta col primo che capita e me lo tengo, quelli che la metto incinta e la lego a me tutta la vita, quelli che hanno l'amante incinta e a volte pure la moglie, quelli che abbiamo un maschio ora vorremmo una femmina, quelli che abbiamo una femmina ora vorrebbero il maschio, e nel frattempo hanno fatto sette figli, quelli che fanno figli e poi non li riconoscono, li abbandonano, li picchiano o ne abusano, quelli che hanno malattie genetiche, malattie mentali, malattie, quelli che sono stati abusati e che nove su dieci abuseranno, quelle che assumono sostanze prima, durante e dopo, quelli che si separano e non se ne curano, quelli che ora vorrei un figlio, quelli che ne hanno tre da tre partner diversi, quelli che non saro' mai come mia madre e poi fanno peggio, quelli che hanno il desiderio di gravidanza ma non quello di genitorialita', quelli che intanto facciamo un figlio e poi vediamo, quelli che dove si mangia in due si mangia pure in tre, quelli che senza sono incompleti, quelli che devono testare le proprie capacita', quelli che finalmente mi sento realizzata, quelli che prima giro il mondo e poi faccio un figlio, insomma...
...il mondo intorno a voi.
Come diceva un mio professore, Bisognerebbe nascere orfani. Le talebane dell'etica (altrui) non perderanno cinque minuti a leggere questo post ne' questo libro, figuriamoci se mai si soffermeranno a riflettere con questo articolo che
se basta non desiderare un figlio per non farlo, desiderarlo non è una condizione sufficiente per rendere morale la decisione opposta. [...] per quali ragioni sarebbe morale farli? Siamo abituati a pensare che sì, certo che è morale — o addirittura siamo abituati a non porci proprio la domanda. Quante persone hanno figli per ragioni sbagliate
E quello che mi colpisce sempre e' il fatto che tutte noi che siamo passate nel tunnel nero, ci resta addosso un sentimento misto di incredulita' e colpa per l'essere riuscite, in qualsiasi modo, ad essere madri.
Non c'e' nessun egoismo, in voi. Andate avanti per la vostra strada, qualunque decidiate debba o possa essere. Vi abbraccio forte.




domenica 12 maggio 2013

Il meglio della settimana #45

Vale VK e i nonniskype, e Varsavia.
Zerocalcare e la sovraesposizione.
Silvia in Chiapas, parte 3.
Riru a Roma, e il bilanciamont.
Fofina e Gael al mare.
La top 5 giapponese di Ciccola.
Fede e il ciclo fantozziano.
Pattibum e la casa Art Deco.
BimboGae in colonia.
50sfumature e le mamme di serie B.
the Queen Father e le tre civette.
L'amore di BisPapa.
Il riso al latte di Suibhne.
Il condominio della Cocchi.
Sandra e Emanuele aspettano Natallia.
Un difficile lutto per Verbasequentur.
Baby e gli animalisti scriteriati.

Il post piu' bello e' la mia dedica per la festa della mamma. L'ho scoperto grazie al nuovo blog di Silvia, e si intitola I figli di pietra. Leggetelo e strappatevi l'anima come me. Auguri a tutte le donne, mamme nel cuore.

giovedì 9 maggio 2013

I traghettatori

Appena saputo di questa definizione, da mia sorella, qualche giorno fa, ho deciso di scriverci un post. Che verra' coniugato al femminile, ma sono sicura che per gli uomini sia lo stesso. Lei l'ha letto in un blog ma non ricordava piu' quale, quindi se tu che stai leggendo hai la maternita' dell'idea, palesati e linkero' il tuo post per la preziosa citazione.
Quando una donna esce da una tranvata sveja batosta storia chiusa male, soprattutto quando e' stata lasciata, non ha la voglia di impegnarsi nuovamente in una storia importante. Se non ricordo male He's Just Not That Into You, uno dei capisaldi della cinematografia mondiale, racconta tra le altre questa grande verita': se ti piace tanto, se ci tieni tanto a lei, e' inutile che ci provi. Saresti solo un traghettatore.
Dicasi traghettatore l'uomo che ti permette di vomitargli addosso tutto lo schifo provato per la storia precedente. No, questo e' il risvolto peggiore. Dicasi traghettatore l'uomo che, potrebbe essere chiunque, vedi immagine, ti accompagnera' per un periodo x dalla sponda della batosta precedente alla sponda successiva, che solitamente e' quella buona, soprattutto se la lei in questione si avvicina ai trentanta.
Immagine, splendida, da qui.
Io il traghettatore ce l'ho avuto, e non e' stato Filippo, quello era un uomo di cui avevo troppa stima, oltre a volere un bene dell'anima a sua cugina. E' stato, Caronte metaforico, l'istruttore della piscina in cui mi ero rifugiata dopo la separazione. Il primo momento in cui l'ho visto mi ero fatta un'idea completamente sbagliata di lui, e dopo un po' gli chiesi di uscire. Io. Ero caduta nella sua tela e non lo sapevo, niente di trascendentale, semplicemente una volta capito il tipo mi sono presa quello di cui avevo bisogno (e cioe' leggerezza e quel certo batticuore ogni volta che mi squillava il telefono o ogni volta che ascoltavo alla radio una canzone, perche' le due cose avvenivano magicamente in contemporanea) fino a che, presto, per la verita', non mi sono scocciata. E nel frattempo stavo meglio e avevo ritrovato fiducia in me stessa ma non grazie a lui, visto che a cose chiuse scoprii che lui in contemporanea usciva anche con (almeno) un'altra allieva della piscina e con lei faceva esattamente le stesse cose e la portava esattamente negli stessi luoghi e le diceva esattamente le stesse cose compreso vedere esattamente lo stesso film. Pensa che palle di vita, questo, che poi non era affatto stupido. Pero' ecco, il traghettatore della piscina mi e' servito a buttargli addosso il cinismo e il disincanto che si erano impossessati di me dopo essere stata tradita e lasciata. E lo stesso mi avrebbe detto poi My, si era fidanzato con una donna tradita dal precedente compagno ma stufo di farle da spugna e dover mettere in continuazione alla prova la sua (di lei) capacita' di fidarsi ancora, l'ha lasciata, e non potro' mai ringraziare abbastanza la sua (di lui) intelligenza e il dolore della tipa.
Quindi nel succitato film, e se sbaglio mi corrigerete, viene consigliato al ragazzo in questione, che la ama e tiene davvero a lei, di aspettare e mandare avanti un altro, perche' lei non sarebbe pronta ad accogliere il suo sentimento.
Troppe virgole e sintassi approssimativa, ma avete capito. Poi vabbe', c'e' chi coi traghettatori ci fa i figli, ma questa e' un'altra storia, l'obiettivo era il figlio e non l'amore. Come sempre e' questione di priorita'.